Io Social, e tu? Il rapporto con i figli ai tempi dei social media

Come gestire il rapporto figli e comunicazione social

Quando si parla di educazione digitale, vedo sulla faccia dei miei interlocutori, soprattutto se sono ragazzi, una palette di espressioni diverse, che possono essere decifrate più o meno così: Aridaje co’ sta storia dei social, Dio, salvami tu! (per i più fedeli), o Extraterrestre, portami via… 🎶 (per gli appassionati di Finardi).

Insomma, come la metti la metti, se accenni al tema educazione digitale coi ragazzi, avverti il gelo.
Il punto a mio avviso è uno. La parola educazione, per quanto abbia un significato nobile, per i più giovani sa di evangelizzazione, di antico, di eh mo questo/a che vole?
E forse non hanno tutti i torti.

Nella mia vita precedente, per circa 11 anni, sono stata educatrice e coordinatrice in comunità di minori e quello che vi posso dire è che, dopo anni di onorato servizio nelle case di accoglienza con fascia di età 12/18, so che quella parola, tra i ragazzi, fa scattare il va de retro.

E quindi? Come possiamo avvicinare i pre o gli adolescenti senza farli scappare prima di subito? Come possiamo sapere che uso fanno dei social, delle chat e dei giochi online? E soprattutto, come possiamo aiutarli ad orientarsi bene in questa selva selvaggia?

Lettera aperta ai genitori

Per noi che non siamo nativi digitali, il mondo del web è spesso avvertito come un pericolo. Non che non lo sia: di pericoli ce ne sono e vanno conosciuti, riconosciuti e tenuti al guinzaglio. Bisogna imparare ad essere accorti e soprattutto consapevoli.
Ma, prima di demonizzare l’uso di questi strumenti, quello che dovremmo fare è avvicinarci per conoscerli meglio in tutto il loro potenziale, anche positivo.

Quello che mi preme dire è che l’urgenza, oggi, non è solo legata ai ragazzi, ma anche alla fascia di adulti che non hanno tanto idea di cosa sia l’internet.

Perché? Perché come possiamo noi essere un riferimento per i nostri figli o allievi, se siamo i primi a non conoscere lo strumento e se quello che facciamo in prima battuta è negarne l’utilità o sminuirne le potenzialità anche belle?

Questa riflessione di oggi, quindi, non è rivolta tanto ai ragazzi, ma a noi adulti.
Come dicono Vera Gheno e Bruno Mastroianni in Tienilo Acceso, ci sono due vie da seguire:

  • La prima, è mettere la testa sotto la sabbia e far finta che questo mondo non esista con il rischio però di lasciare che la RETE si riempia di significati offerti dagli altri.
  • la seconda, è prendere atto che la comunicazione online esiste anche senza di noi e che più siamo consapevoli, più potremo apportare un contributo positivo al suo riempirsi di significati.

Se sei dell’idea che non ci si possa tirare indietro e che la connessione è parte integrante delle nostre vite, allora ti rimane solo una cosa da fare: diventare consapevole di quello che si fa quando siamo online, essere coscienti che possiamo contribuire a coltivare bene il nostro spazio e creare un circolo virtuoso di comunicazione che passa attraverso il buon uso della parola.

Parole come Semi

Per abitare il web con presenza, attenzione e cura, quindi, bisogna “riscoprire il potere della parola”.
Da come useremo le nostre parole, moduleremo i silenzi, educheremo al rispetto, dipenderà la costruzione o meno di relazioni armoniose online e offline.

Perché le parole non solo sono importanti, come diceva Nanni nostro, ma sono semi. Semi che se ben sparsi, annaffiati, curati, possono dare vita a frutti meravigliosi.

Sta a noi la scelta: a seconda di come semineremo online, dipenderà se coltiveremo bene, come fanno i contadini della rete, o se semineremo erbacce.
Io credo che come adulti ed educatori siamo di fronte ad una grande responsabilità: non possiamo non considerare quanto il nostro contributo sia importante, non solo per la rete stessa, quanto per chi ci guarda e ci tiene d’occhio, i nostri ragazzi.

Non solo, e non basta

Oltre a pensare a come ci muoviamo online, a cosa seminiamo (odio, razzismo, o buone relazioni?) dobbiamo guardarci dall’esterno e chiederci: che esempio sto dando a mio figlio?

Jung diceva che i bambini vengono educati da quello che gli adulti sono e non dai loro discorsi e allora:

  • Vuoi che tuoi figlio usi meno il cellulare? Perché tu sei sempre con il mobile in mano?
  • Desideri che a tavola non lo usi? Perché tu sì e lui no?
  • Vorresti che online avesse un comportamento adeguato? Tu sei un esempio positivo in tal senso?

Di solito siamo portati a fare i carabinieri: “Togli quel coso!”, “Spegni subito”, “Mettilo via!”
Capita anche a me di essere perentoria e, quando succede, riesco a leggere chiaro nello sguardo di mio figlio 12enne l’odio furente. Ma il punto, a mio avviso, è che bisogna trovare la giusta dimensione tra regole e dialogo.

Come suggeriscono gli autori di Tienilo Acceso, infatti, il punto non sta tanto nel negare l’uso degli strumenti digitali (cosa peraltro pressoché impossibile), quanto nel tenere il cervello acceso per farne buon uso quando siamo/sono online.
Se io faccio solo il carabiniere, io perdo il contatto. Se faccio spegnere, io non formo, non informo, ma chiudo la comunicazione: in una parola, perdo il contatto.

Quindi, una volta messa a punto una serie di regole di buon senso per regolamentarne l’uso, la via è mettersi in ascolto, creare il contatto e coltivare il dialogo.

Chiedere con interesse sincero qual è il loro gioco preferito e provare a sederci lì con loro ogni tanto per farci raccontare come funziona.
Creare momenti speciali in cui far scattare la vicinanza ed entrare con delicatezza nel loro mondo, magari chiedendo con chi stanno chattando e qual è l’oggetto della chiacchierata.
Invitarli a prendere una tazza di cioccolata calda al bar e chiacchierare di come vivono i social, quale preferiscono, quale usano di più, che hashtag conoscono…
Se riusciamo a farlo con rispetto, ironia e sensibilità, è probabile che avranno voglia di aprirsi con noi e quello sarà il momento migliore per poter dare loro qualche indicazione utile.

Tutto questo perché dobbiamo ricordare che essere adulti educanti non vuol dire solo dare regole, ma essere riferimento, esempio e soprattutto presenza.

Febbraio_21_2019